Eccoci con la nostra prima recensione! Oggi voglio parlarvi dell’ultimo lavoro di Alberto Madrigal, fumettista che ho scoperto solo l’anno scorso a Lucca Comics e che mi aveva colpito fin da subito con la sua capacità di raccontare la quotidianità in modo mai banale. Il suo stile grafico è fatto di tratti semplici quasi abbozzati ma mai scontato e, soprattutto, sempre capace di mettere i particolari giusti senza quei barocchismi o quella sovrabbondanza che spesso hanno solo un effetto dispersivo e ti fanno perdere la connessione con il flusso del racconto. 

Madrigal torna con “Pigiama Computer e Biscotti” per Bao Edizioni, un fumetto autobiografico e, devo ammetterlo, ero abbastanza scettico inizialmente sul fare questa recensione. Non mi sono mai piaciute troppo le autobiografie, o almeno quelle troppo esplicite, perché rischiano di diventare troppo intimiste o personalistiche, non riuscendo così a creare quel ponte tra scrittore e lettore che permette l’immedesimazione. 
Ma questo non accade a Madrigal che riesce a bilanciare bene l’elemento autobiografico con quello narrativo, costruendo una storia che è sicuramente la sua storia ma che potrebbe essere benissimo quella di ognuno di noi. 

Ma qual è la storia di Madrigal? È la storia di un uomo, di un fumettista, alle prese con le difficoltà del mestiere e, forse, anche della vita; con l’ispirazione che manca, la frustrazione conseguente, la crescente consapevolezza di non essere “più un ragazzino”; ed è proprio questa consapevolezza che ci porta ad uno dei temi centrali del fumetto: la paternità.

Una paternità voluta, desiderata, ma che porta con sé la paura di non poter più fare quello che si ama, in questo caso i fumetti, di dover sconvolgere la propria vita; perché dai, per fare un figlio ci vuole stabilità, ci vogliono delle entrate fisse, non si può vivere alla giornata, bisogna diventare “adulti”, con tutto ciò che questo impone nella nostra società. 

E non è questa paura forse una paura di tutti noi o almeno della maggior parte? Ed è proprio nel proporre temi come questi che il fumetto smette di raccontare solo un vissuto personale, individuale e in qualche modo si universalizza raccontando qualcosa che CI riguarda più o meno tutti. 

Fatto sta che il protagonista/autore diventa davvero padre e ci racconta passo passo con crudo realismo, le difficoltà quotidiane nel crescere un figlio, il fatto di dover rimodulare i propri tempi, le proprie priorità.

E in tutto ciò ci sono poi tutte le altre mille situazioni che caratterizzano l’esistenza di una persona: il rapporto con la compagna, la decisione di trasferirsi e le difficoltà di un trasloco con pargolo annesso, l’ansia per il nuovo lavoro e la voglia di non smettere di fare fumetti. E anche qui il fumetto ha un andamento che definirei dal dentro al fuori nel senso che esce dalla vita di Madrigal ed entra nelle vite di tutti noi alle prese con i suoi stessi problemi e ci da anche degli spunti importanti di riflessione (che vi lascerò scoprire). 
Altra cosa importante che rende tutta la storia ancora più vicina al lettore è che non ci sono personaggi secondari, tutta la costellazione di persone che circonda Madrigal (la compagna, gli amici, l’editore, il figlio, i colleghi) ha una sua specifica dignità e questo aiuta a rendere tutto più corale e ad accompagnare l’autore ad una ultima importantissima consapevolezza che riguarda proprio il figlio, una consapevolezza che è quasi una forma di liberazione, tutta da scoprire.

In definitiva il fumetto sa essere molto profondo nell’analizzare una delle paure, che oserei definire sociale, della nostra contemporaneità: il cambiamento individuale di fronte a sfide come la genitorialità, in un mondo ormai privo di certezze, sicurezze e appigli, dove ognuno di noi è lasciato a sé stesso. E lo fa con una profondità e immediatezza impressionante, quindi ve lo consiglio soprattutto a chi, come me, non è più un adolescente e quindi comincia a scontrarsi proprio con queste riflessioni.